In ricordo di Massimo Matteini

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Il ricordo di Pietro Barbetta
Massimo Matteini: genio nascosto

Nella tradizione ebraica, i nascosti sono trentasei per ogni generazione, Massimo Matteini era certamente uno di loro nella sua generazione, per il suo genio. Massimo aveva da tempo una malattia di quelle il cui nome non si può pronunciare.
Quando, otto anni fa, ricevetti l’incarico di direttore del Centro Milanese di Terapia della Famiglia, Jacqueline Boscolo organizzò un brindisi, lui, già affetto dalla malattia, si precipitò a festeggiare l’evento e mi abbracciò.
Non lo dimenticherò mai.
Non che ci vedessimo spesso, però Massimo era per me, in qualche modo, “il terzo uomo”. La persona che, quando ero allievo della scuola, Luigi e Gianfranco chiamavano quando erano all’estero o indisponibili a fare lezione nel gruppo del quarto anno.
Durante una lezione con lui chiesi la supervisione di un caso che stavo seguendo. Si trattava di una seduta in uno studio dotato di citofono, che permetteva, a chi stava dietro lo specchio, di comunicare direttamente col terapeuta che conversava con la famiglia.
La famiglia per cui chiesi supervisione era composta da cinque membri, padre, madre e tre figlie, di cui due anoressiche. Padre obeso, alcolista, agricoltore mantovano, madre ex-insegnate parmense, che aveva rinunciato a lavorare alla nascita della prima figlia. Ciò che aveva preoccupato l’équipe terapeutica era la seconda figlia, che aveva ingoiato una ventina di spilli, recuperati in ospedale con un sondino magnetico. Non era la prima seduta, e a quei tempi le sedute erano spesso itineranti in virtù degli spostamenti delle équipe terapeutiche da una sede all’altra in ragione delle disponibilità degli studi che ci ospitavano.

Durante la seduta – che mi vedeva unico conduttore, dobbiamo tornare indietro di circa trentacinque anni – in un momento di alta intensità affettiva della seduta, mentre la madre protestava in modo vibrante nei confronti di quello “zotico, ignorante” del marito, qualcuno da dietro lo specchio mi chiamò, interrompendo il flusso terapeutico e il flusso emotivo che mi abitava. La seduta era finita, dal mio punto di vista, in un disastro. Il gruppo familiare si congedò e io pensai che non sarebbero più tornati.
Massimo mi ascoltò fino alla fine del racconto, poi chiese agli altri allievi della scuola di fare alcune ipotesi intorno alle mie sensazioni di fallimento. Molte delle mie compagne di gruppo dissero che si sarebbero sentite come me, che l’uso del citofono era autoritario e oppressivo, che chi stava dietro lo specchio avrebbe dovuto rispettare il mio lavoro, proprio in quel momento, ecc., ecc. Altre sottolinearono invece il mio “perfezionismo”, che non ammetteva errori. Questo mi recò conforto: non ero l’unico che, in circostanze simili avrebbe potuto avere queste sensazioni.
Matteini guardò tutto il gruppo e disse, grosso modo: “vedo che questo quarto anno di allievi e allieve è ben formato, anch’io non sopporto il citofono” poi fece una pausa e riprese: “la premessa che stiamo sfidando adesso è che la terapia sia andata male, che la famiglia non tornerà per quel che è accaduto in seduta, giusto?”. Alcune colleghe interagirono dicendo: “no questa forse è la sensazione di fallimento vissuta da Pietro”, e Massimo: “di errori in terapia se ne fanno molti, e forse la terapia funziona anche grazie a questi errori, insomma qualcosa che non ti aspetti, vediamo se questa famiglia ritornerà oppure no, in tal caso, Pietro, invita la tua équipe a chiamarli per sapere come mai, potrebbe essere che vedendoti disperato, questa tua disperazione li abbia incoraggiati a cambiare per mantenere la relazione terapeutica”.

Un mese dopo la famiglia ritornò, in un altro studio, per via dell’équipe migrante, e mostrò, per la prima volta, dopo mesi di ripetizioni, un netto miglioramento della condizione delle figlie e una nuova intesa nella coppia. Ancora oggi, a oltre trent’anni di distanza, sono convinto che la supervisione di Massimo Matteini abbia funzionato come una telestesia.
Telestesia significa sentire a distanza, io e Massimo ci siamo visti e sentiti ai convegni e alle riunioni, era sempre un piacere ascoltarlo, parlava poco, ma quel che diceva era il cuore della clinica. Spesso gli ricordavo, privatamente e pubblicamente, quella storica supervisione e lui mi guardava con quello sguardo perplesso, un po’ così. Finché, alcuni anni fa, durante un convegno delle sedi del CMTF, lo invitammo alla tavola rotonda dei direttori e io chiesi a tutti di dare a Massimo la parola prima di ognuno di noi, era già malato e la diagnosi era già di una certa gravità. È stato l’ultimo messaggio lasciato a tutti noi da Massimo, era l’espressione dell’affetto che aveva per tutti noi. In quell’intervento, ci fu un passaggio che non scorderò mai, suonava così: “Barbetta dice sempre che io gli ho fatto una supervisione importante, tutte le volte ne parla e dice che questo evento lo ha formato come terapeuta…. Mah! Io francamente non me lo ricordo, Pietro è qui ora per merito suo, io non c’entro niente.”, piansi, come sto piangendo adesso.
Gli telefonavo periodicamente, mi diceva che era stato meglio, che migliorava, lo invitavo a fare seminari a Milano, mi rispondeva, “ancora no, è presto, vediamo più avanti”.
Massimo aveva tutte le caratteristiche più di uno che la terapia la fa, più che parlarla e la fa molto bene, con umiltà e rispetto, con tenerezza e senza alcuna ostilità, ha questa grazia.

Grazie Massimo di essere stato tra noi fino a oggi, noi non ti dimenticheremo, questo è certo.

 

Il ricordo di Umberta Telfener
Me lo ricorderò sempre nel gruppo di studenti, poi di didatti, seduto in disparte, fuori dal coro, sdraiato sul sedile in modo attorcigliato, attento a quello che stava capitando, col sorriso sulle labbra. Lasciava che il processo fluisse poi si alzava e si dichiarava “non d’accordo”. Contestava quello che era stato detto e ci offriva ogni volta una gestalt differente, in qualche modo più complessa, più coerente, più realista, anche cinica. Irriverente, impegnato, polemico, profondamente sistemico, dichiarava che il re era nudo con leggerezza, come fosse inevitabile: un atto politico. Mostrava un fare dubitativo ma determinato, puntuale, senza mai rinunciare all’ironia. Polemico e affettuoso contemporaneamente.

Ci accomunava l’essere liguri e mi piaceva tanto quando accentuava il suo accento, quasi per farmi piacere, per sintonizzarsi con me. Mi piaceva quando raccontava dei suoi viaggi nel mondo in quanto guida per Avventure nel Mondo, quando li condiva con commenti mai banali. Definirei Massimo la persona meno collusiva che ho conosciuto e contemporaneamente capace di sintonia e di vicinanza intensa. Coraggioso, polemico, consapevole, impegnato, era un uomo che surfava con la testa sulle spalle nei momenti difficili, che non si tirava indietro, che affrontava sempre quello che c’era da affrontare con atteggiamento pragmatico. Una cosa per volta senza farsi scoraggiare.

Un ottimo supervisore, dalla parte degli operatori e contemporaneamente attento e rispettoso dei clienti. Sono subentrata a lui in alcune supervisioni a Servizi pubblici; gli operatori me lo descrivevano come affettivo, supportivo, curioso, capace sempre di mettere in discussione le premesse e per questo realmente perturbativo.

Ciao Massimo, buon viaggio!

 

Il ricordo di Andrea Mosconi
Massimo era l’arguto collega dalla intelligenza acuta e critica. Ho sempre ammirato la sua grande capacità di portare al paradosso le situazioni per coglierne gli aspetti contraddittori e mettere in questione le persone perché svelassero le loro eventuali ambiguità.
Ci siamo conosciuti ormai tantissimi anni fa, poiché faceva anche lui parte di uno dei primi gruppi di formazione tenuti da Boscolo e Cecchin. Tante, tante, tante le occasioni in cui a convegni, congressi e seminari abbiamo avuto l’opportunità di scambiare punti di vista e opinioni sulla psicoterapia sistemica, sulla terapia familiare e anche sulla psichiatria. A volte assolutamente in sintonia, altre pur distanti, ma sempre piacevolmente in confronto. Era un collega psichiatra di grande impegno e capacità umane, ed anche di grande intuito. Si sentiva che nei suoi interventi e nella sua didattica esprimeva appieno qualcosa che era profondamente radicato e parte della sua vita. Aveva grandi capacità empatiche ed era sensibile e capace di cogliere gli aspetti impliciti delle situazioni.
Con lui se ne va davvero un altro pezzo importante della storia della terapia sistemica, ma anche della scuola di Milano ed anche un pezzo di noi stessi. Ciao Massimo … e mi piace pensare che tu ora sia lì a discutere di Sistemica con Boscolo, Cecchin, Pio, Osvaldo e gli altri che in questi anni ci hanno lasciato.

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